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La truffle-truffa?

mercoledì 28 ottobre 2009

Ezio Massucco, uno dei Friggitori, si è occupato sul Corriere di Alba del 19 ottobre della denuncia di Aldo Cazzullo sulla presunta truffa dei tartufi. La puntata di Ultime da Babele con Cazzullo ospite si può ascoltare QUI.

Tu quoque, Aldo… . Anche tu, Aldo, figlio nostro… devono aver pensato i tanti albesi ai quali, sintonizzati martedì mattina sulla trasmissione di Radio Uno Rai “Ultime da Babele”, sarà capitato di sentire Aldo Cazzullo risolvere con perentoria decisione quella che, nello stretto rapporto che unisce Alba al suo prodotto più pregiato, è qualcosa di più di un’antica e dolorosa diatriba: «(…) se fossero di Alba tutti i tartufi venduti come tali - ha spiegato il nostro illustre concittadino al conduttore Giorgio Dell’Arti -, ad Alba i tartufi dovrebbero crescere sugli alberi come le ciliegie, invece che nascondersi per terra (...)».

Parole forti, riportate in una delle più seguite trasmissioni del mattino radiofonico di casa Rai. Audience a sei zeri, considerata la fascia d’ascolto tra il Gr delle 8 e il “Radio Anch’io” delle 9. Ma, prima ancora, parole impresse nero su bianco sulle prime pagine dell’ultima fatica letteraria del Cazzullo scrittore. “L’Italia de Noantri. Come siamo diventati tutti meridionali”, saggio appena edito da Mondadori e arrivato proprio in questi giorni sugli scaffali delle librerie di tutta Italia, Alba compresa, e titolo certamente destinato a scalare le classifiche dei venduti nell’importante trimestre librario che porta al Natale.
Cazzullo, firma di vaglia del “Corriere della Sera”, vi avanza il tema, anche condivisibile, di un Paese ormai percorso da vizi “nazionali”, uniformato a modelli culturali sempre meno figli della serietà sabauda di risorgimentale memoria. Una nazione dai costumi appiattiti e deteriorati, dove il malcostume dilaga e imperversano clan e fazioni. Insieme alle “lingere”, quelle che ai tempi della Alba e delle Langhe d’antan rappresentavano eccezioni (citato il “Giacu d’la soma” che girava le nostre colline vendendo le celebri pastiglie fabbrica-benzina) a modelli invece improntati a sobrietà, rigore, riservatezza.
E nelle prime pagine del saggio, insieme a una Torino trasformata e al caso Soria, questa non sempre positiva “italianizzazione” avrebbe proprio in Alba un esemplare paradigma: «(…) è come Taormina», perché «si mangia per strada… si vive di turismo…», e così in un crescendo che culmina ne «il tartufo è una truffa». Incipit a una denuncia i cui contorni ricalcano la vexata quaestio del quanto sia veramente nostrano quel “bianco” che nell’immaginario collettivo della nazione rappresenta ormai una sol cosa con la capitale delle Langhe.

Rilevante di per sé e per certi versi irrisolta, la questione qualitativo-quantitativa si ripropone immancabile - quasi un destino - a ogni edizione della Fiera. Spesso captata nelle invettive degli omologhi – dal vicino Monferrato alla marchigiana Acqualagna, passando per Zocca e la Croazia -, comprensori che alla fortunata (per noi) denominazione “bianco d’Alba” guardano ora con l’astio che si usa agli usurpatori, ora con l’invidia che sappiamo suscitare sin dai tempi di Giacomo Morra. Da quando cioè, capaci di un prolifico attivismo promozionale, abbiamo saputo diffondere l’immagine del “tuber magnatum pico” come di un nostro feudo pressoché esclusivo.
Una polemica ora destinata a ravvivarsi, viste la caratura del personaggio e la risonanza dei pulpiti dai quali, insieme alla promozione del libro, la pesante denuncia sembra destinata a diffondersi. Probabile che in patria l’outing costerà al detrattore un mezzo processo, tra le immancabili accuse di tradimento e più faticosi riconoscimenti all’onesta intellettuale di chi se ne è uscito dicendo che, parafrasando Andersen, il tartufo “è nudo”.
Di certo c’è del lavoro per l’Ente Fiera. Per ora nessuna protesta si è sollevata dalla sede deputata alla promozione del bianco “d’Alba”. Da lì l’ultima posizione assunta sullo spinoso tema è quella – un po’ astuta, un po’ cerchiobottista - propagandata dal presidente Alberto Cirio nell’inaugurare le ultime due edizioni della rassegna autunnale: «Non ci è possibile garantire con certezza l’esatta provenienza di tutti i tartufi venduti nel corso della Fiera. Quello che possiamo però garantire è la loro assoluta qualità». Basterà a evitarci la fine di “Giacu d’la soma”?

Pizzeria ristorante Silvestro - Torino

martedì 27 ottobre 2009

Ho perso una scommessa, devo portare a pranzo due colleghe.
"Vai in corso Trapani", mi dice Paola appena sale in auto, "da Silvestro"
E chi diavolo è Silvestro?
"Ci andavo quando lavoravo da quelle parti. Si mangia bene"
Vediamo.
C'è un dehors cinto da vetro, di fatto un parallelepipedo trasparente che lascia in vetrina i clienti. Noi scegliamo dentro. Alle 13.10 è vuoto, alle 13.55, quando ci alziamo, pieno.
Studenti, impiegate, capiufficio.
"Prendete il piatto unico?", dice il cameriere con i baffetti da sparviero. Siccome non ha ancora portato i menu e ci sta offrendo un piccolo aperitivo dolciastro analcolico, più che una domanda è un invito molto poco disinteressato. Mi faccio tentare, vada per il piatto unico.
Anche perchè, oltre al filetto con le patate, il piatto unico comprende i carciofi fritti, e quando ci sono i carciofi fritti tutto il resto per me passa in secondo piano.
Irene mi segue, Paola sceglie una pizza valdostana.
Mentre aspettiamo arriva in tavola un antipastino omaggio: una porzione a testa di farinata alle cipolle, così, tanto per allietarci l'alito a vicenda il pomeriggio.
Il piatto unico non delude: la carne è buona, sempre con il metro di cosa sto mangiando dove: è martedì e sono a pranzo in una pizzeria ristorante di corso Trapani a Torino, non è sabato sera e non sono in una sperduta spelonca di Serralunga d'Alba riadattata a ristorante da Mastro Cuciniere. Le patate, anche, buone, e pure i carciofi. Il sale, mi piace molto la giusta mescolanza di sale grosso che rumoreggia discreto tra i denti quando carico la forchetta e inghiotto.
Chiedo un pezzo di pizza a Paola: pomodoro, prosciutto e fontina sono gustosissimi, la pasta è un po' sottile e quasi quasi ne ordino una per l'ufficio.
Irene mi molla le ultime patate. Baffetti da sparviero si complimenta per la scarpona (che quelli senza baffi chiamano scarpetta), dice: "Queste sì che so' soddisfazioni" e mi porta un caffé.
Alla cassa pago 47,50. Il piatto unico è messo a 14 euro. Troppo caro: buono, per dove siamo eccetera, ma caro. La valdostana 6,50, la media 4, la piccola rossa 3.
"Adesso che hai pagato te lo confesso", dice Paola andando all'auto.
"Cosa?", e non so perchè ma guardo Irene, che intanto sprofonda negli occhi.
"Lei non aveva scommesso contro di te"
Irene assume le sembianze del diavoletto innocuo che appare negli incubi dei bambini senza riuscire a essere preso sul serio.
"Ma ho impiegato tutte le mie risorse contro Paola, io ci credevo davvero in te", dice piccolo Belzebù.
Ho offerto il pranzo perchè l'11 settembre, giorno del mio trentacinquesimo, non ho smesso di fumare.
Ridiamo.
Giro l'angolo e, 'fanculo, mi accendo una sigaretta.

Voto: 7,75/10

Pizzeria Ristorante Silvestro
Corso Trapani, 110
Torino
Tel. 011.33.26.48

recensione di Marco Giacosa

Ristorante Leon d'oro - Canale (CN)

sabato 24 ottobre 2009

Al Leon d'oro, sotto i portici di Canale, sono sicuro d'esserci stato nei primi anni della coscienza. Quando capita che al ristorante si debba andare coi genitori, in occasioni speciali (o presunte tali), circondati da parenti di cui non ti frega niente, e finisci per giocare a catapulta con la mollica e la forchetta tra gli antipasti e i primi, che non arrivano mai. Come tutti i ricordi sbiaditi, il mio era sbagliato: non ha camini in serie, il locale (ricordo tanto assurdo quanto nitido) ma un arco di mattoni che divide il salone. Niente legno alle pareti, oppure è stato tolto.

Tantissimi stranieri, invece: entro e sento parlare in bavarese e in gallese di Rhyl (conosco gli accenti, sì, fidatevi). Del resto c'è la Fiera del tartufo, in questi giorni, e trovare un posto nei locali segnalati dalle guide non è facile, soprattutto nel fine settimana. Nessun problema se ti presenti come Fritti (ma noi non lo si fa mai) o come narratore delle gesta di Seppi e Bolelli: questo è il paese di un ex campione di tennis che a Canale è nato e cresciuto, e col quale mi trovo a cena proprio al Leon d'oro.

Sul biglietto da visita si legge che il locale è secolare: facile esserlo di questi tempi, no? Basta aver aperto in una data ante 2000. In realtà questo ristorante è veramente antico: aperto nel 1926 dalla signora Rusin (che in Veneto sarebbe un cognome, in Piemonte un vezzeggiativo di Rosa) lo gestivano moglie e marito, Vittoria e Nino, che era anche un cercatore di tartufi (la signora, rimasta vedova, lo ricorda con un libro fotografico, aperto su una pagina che lo ritrae con autorità locali). Oggi la signora Vittoria è ancora in sala con la figlia, Ilaria, nipote di Rusin. E propone una cucina ricca di territorialità. Come il prosciutto arrosto, specialità del Roero, che assaggio e gusto con piacere. E la carne cruda, o il tortino di crema ai funghi porcini. Ecco, i funghi. Quest'anno spuntano dappertutto: la pioggia è arrivata al momento giusto. Il cameriere, discreto e a modo (a fine serata scopriremo che è un artista in divenire, in parte mortificato dal criticume paesano) ci mostra la cassetta di porcini che va portando per noi in cucina: splendidi, turgidi, non un accenno di marciume. Il fritto è da favola. Accompagniamo la cena rispettando la geografia, con un Roero 2005 di Brezzo (il Roero è il nebbiolo non prodotto nelle Langhe) tra un ricordo di Panatta - che ha appena scritto una biografia sulla quale il mio illustre commensale ha una serie di correzioni da fare - e un aneddoto su Jimmy Connors o su John McEnroe.

Terminiamo il pasto con una (poco territoriale, ma l'ho scelta io) crème brûlée e un bicchiere di Birbet Cà Boscarone di Nizza Silvano (un'azienda di Santo Stefano Roero). Uscendo rifaccio i portici verso la piazza e penso a mio nonno, il bosco di Battifollo, il bastone che scovava i porcini sotto le foglie; e la mia dimora in campagna con le bestie, che non esiste. Forse è perché i funghi, anche quelli commestibili, restano leggermente epatotossici, ma chissenefrega.

Voto: 8/10
provato il 16 ottobre 2009

Ristorante Leon d'oro
Via Roma 12
12043 Canale (CN)
Tel. (+39) 0173 97 92 96
Fax (+39) 0173 95 98 70
E-mail: ilaria.arduino@tiscali.it

recensione di Federico Ferrero

El Zòcalo - Medellin (Colombia)

martedì 20 ottobre 2009

A qualche decina di metri dal Parque del Poblado, nella chiamata Calle della Buena Mesa, si trova il ristorante El Zócalo, angolo di Mexico nella capitale páisa. Il locale è accogliente, luce soffusa e tavoli all'aperto con musica ambient per nulla fastidiosa.

I camerieri sono molto gentili, si presentano con nachos e salse piccanti e non. Messa da parte l'acqua che ci versano nel bicchiere ordiniamo una caraffa di rhum, vodka, club colombia e colombiana, che non è messicana, ma soddisfa la mia voglia di gradi senza affrontare l'ingrato compito di scegliere tra i cocteles.

Compartimos flautas de pollo, burritos e un piatto di pescado alla veracruzana. Non possiamo non notare le contaminazioni páisa nella cucina (che me molestan mucho si quiero comer étnico) e addirittura una nota mediterranea nel pesce. Quest'ultimo risulta il più modesto dei tre, ma i primi due piatti rilassano la mia voglia di messico e nuvole. Soprattutto l'affogare lento in questo mare di piccante e alcool mi cancella per qualche istante dalla testa l'ennesima migrazione, l'ennesima nuova casa da cercare e città in cui reiniziare a vivere. In attesa di Siviglia, passo al dolce, un banale brownie con helado per que non c'è nulla che mi appetesca particolarmente.

Alla fine sono circa 20-25 euro a cabeza, Giuliano Palma nell'auto che canta Messico e Nuvole me saliò gratis...

Provato il 16/10/2009
Voto 7/10

El Zócalo
Carrera 43b, n11-84
Tel 3114217
Zona Poblado
Medellin