Ezio Massucco, uno dei Friggitori, si è occupato sul Corriere di Alba del 19 ottobre della denuncia di Aldo Cazzullo sulla presunta truffa dei tartufi. La puntata di Ultime da Babele con Cazzullo ospite si può ascoltare QUI.Tu quoque, Aldo… . Anche tu, Aldo, figlio nostro… devono aver pensato i tanti albesi ai quali, sintonizzati martedì mattina sulla trasmissione di Radio Uno Rai “Ultime da Babele”, sarà capitato di sentire Aldo Cazzullo risolvere con perentoria decisione quella che, nello stretto rapporto che unisce Alba al suo prodotto più pregiato, è qualcosa di più di un’antica e dolorosa diatriba: «(…) se fossero di Alba tutti i tartufi venduti come tali - ha spiegato il nostro illustre concittadino al conduttore Giorgio Dell’Arti -, ad Alba i tartufi dovrebbero crescere sugli alberi come le ciliegie, invece che nascondersi per terra (...)».
Parole forti, riportate in una delle più seguite trasmissioni del mattino radiofonico di casa Rai. Audience a sei zeri, considerata la fascia d’ascolto tra il Gr delle 8 e il “Radio Anch’io” delle 9. Ma, prima ancora, parole impresse nero su bianco sulle prime pagine dell’ultima fatica letteraria del Cazzullo scrittore. “L’Italia de Noantri. Come siamo diventati tutti meridionali”, saggio appena edito da Mondadori e arrivato proprio in questi giorni sugli scaffali delle librerie di tutta Italia, Alba compresa, e titolo certamente destinato a scalare le classifiche dei venduti nell’importante trimestre librario che porta al Natale.
Cazzullo, firma di vaglia del “Corriere della Sera”, vi avanza il tema, anche condivisibile, di un Paese ormai percorso da vizi “nazionali”, uniformato a modelli culturali sempre meno figli della serietà sabauda di risorgimentale memoria. Una nazione dai costumi appiattiti e deteriorati, dove il malcostume dilaga e imperversano clan e fazioni. Insieme alle “lingere”, quelle che ai tempi della Alba e delle Langhe d’antan rappresentavano eccezioni (citato il “Giacu d’la soma” che girava le nostre colline vendendo le celebri pastiglie fabbrica-benzina) a modelli invece improntati a sobrietà, rigore, riservatezza.
E nelle prime pagine del saggio, insieme a una Torino trasformata e al caso Soria, questa non sempre positiva “italianizzazione” avrebbe proprio in Alba un esemplare paradigma: «(…) è come Taormina», perché «si mangia per strada… si vive di turismo…», e così in un crescendo che culmina ne «il tartufo è una truffa». Incipit a una denuncia i cui contorni ricalcano la vexata quaestio del quanto sia veramente nostrano quel “bianco” che nell’immaginario collettivo della nazione rappresenta ormai una sol cosa con la capitale delle Langhe.
Rilevante di per sé e per certi versi irrisolta, la questione qualitativo-quantitativa si ripropone immancabile - quasi un destino - a ogni edizione della Fiera. Spesso captata nelle invettive degli omologhi – dal vicino Monferrato alla marchigiana Acqualagna, passando per Zocca e la Croazia -, comprensori che alla fortunata (per noi) denominazione “bianco d’Alba” guardano ora con l’astio che si usa agli usurpatori, ora con l’invidia che sappiamo suscitare sin dai tempi di Giacomo Morra. Da quando cioè, capaci di un prolifico attivismo promozionale, abbiamo saputo diffondere l’immagine del “tuber magnatum pico” come di un nostro feudo pressoché esclusivo.
Una polemica ora destinata a ravvivarsi, viste la caratura del personaggio e la risonanza dei pulpiti dai quali, insieme alla promozione del libro, la pesante denuncia sembra destinata a diffondersi. Probabile che in patria l’outing costerà al detrattore un mezzo processo, tra le immancabili accuse di tradimento e più faticosi riconoscimenti all’onesta intellettuale di chi se ne è uscito dicendo che, parafrasando Andersen, il tartufo “è nudo”.
Di certo c’è del lavoro per l’Ente Fiera. Per ora nessuna protesta si è sollevata dalla sede deputata alla promozione del bianco “d’Alba”. Da lì l’ultima posizione assunta sullo spinoso tema è quella – un po’ astuta, un po’ cerchiobottista - propagandata dal presidente Alberto Cirio nell’inaugurare le ultime due edizioni della rassegna autunnale: «Non ci è possibile garantire con certezza l’esatta provenienza di tutti i tartufi venduti nel corso della Fiera. Quello che possiamo però garantire è la loro assoluta qualità». Basterà a evitarci la fine di “Giacu d’la soma”?

